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Quello stigma sulle persone che si indebitano

Non è la prima volta che a Rame trattiamo il tema della liquidazione controllata, la procedura prevista dalla Legge anti-suicidi che consente di estinguere i debiti di una persona. Tuttavia, è la prima volta che chi vi ricorre ci racconta la fatica psicologica di affrontare lo stigma dell’indebitato, un pregiudizio che, nonostante i cambiamenti legislativi, rimane ancora molto radicato nella nostra società.

Tempo di lettura: 13 minuti

Liquidazione controllata
Adele

Ascolta il podcast della puntata:

«Mentre io avevo una visione più ampia delle concause che mi avevano portato in questa situazione difficile, per loro era che io non sono stata in grado. Tanto è vero che la relazione fatta per entrare in liquidazione recitava: incapacità di gestire la partita IVA. Una narrazione vera, tuttavia incompleta».

Non è la prima volta che a Rame trattiamo il tema della liquidazione controllata, la procedura prevista dalla Legge anti-suicidi che permette di estinguere i debiti di una persona. È la prima volta, però, che chi vi ricorre ci racconta la fatica psicologica di gestire lo stigma dell’indebitato, ancora molto forte nella nostra società.

Un’infanzia nella ricchezza

Adele abita in provincia di Bologna, ha 57 anni, e si occupa di formazione e coaching per le aziende. Della sua infanzia, ricorda la ricchezza. Sua madre è casalinga.

«Solo recentemente ho scoperto che mio padre non voleva che lavorasse».

Il padre, invece, aveva un’impresa di metalmeccanica in società con suo zio.

«Aveva ideato una punzonatrice ad aria che permetteva un notevole risparmio, e i pezzi che produceva venivano esportati in tutto il mondo».

Gli ottimi fatturati dell’azienda regalano ad Adele un’infanzia dorata.

«La percezione dei soldi è sempre stata quella di una disponibilità costante. Mio padre, quando tornava, mi portava dei regali, avevamo una Porsche e, addirittura, da bambini possedevamo anche una seconda casa. Facevamo vacanze sia al mare che in montagna, e nulla lasciava presagire che, un giorno, la situazione sarebbe diventata molto più critica».

Quando Adele ha 9 anni, il padre ne ha 40, e a seguito di una situazione interna esplosiva, con rivolte sindacali che non riusciva a gestire, mentre l’azienda è all’apice del successo decide di vendere le sue quote, e sprofonda in uno stato di depressione.

«Per me era semplicemente: mio padre sul letto in una stanza dove stava da solo, senza possibilità di entrare, e io che non capivo. Insomma, ci immaginiamo bene come si sentano i bambini quando uno dei genitori sparisce in qualche modo: non ricevi affetto, non ricevi attenzione e pensi che sia colpa tua, che tu abbia fatto qualcosa».

Nonostante non entrassero più soldi in casa, Adele non ha la percezione di un abbassamento del tenore di vita.

«Io e mia sorella abbiamo frequentato scuole private, quindi, in un certo senso, c’è sempre stata una negazione di questa difficoltà e della gestione economica che ne derivava».

Gestione che è sempre stata salda nelle mani della nonna paterna.

«Quando mio padre e mia madre si sono sposati, mia nonna era rimasta vedova. Così mio padre disse: “Prendiamola a vivere con noi per qualche mese.” Quei mesi, però, si trasformarono in 40 anni. Nel frattempo, mia madre, quando aveva bisogno di soldi per comprarsi un paio di calze o qualcosa per me, doveva chiederli a mia nonna, che era lei a gestire il patrimonio».

L’altra faccia della medaglia

I proventi della vendita delle quote dell’azienda, circa 100 milioni, suo padre e sua madre se li dividono a metà.

«Mia madre, grande conservatrice, ha fatto di tutto per farla poi fruttare».

Il padre, invece, continua a investire denaro nelle sue idee, nei suoi brevetti, ma senza successo. Nessuno di questi progetti, infatti decolla, lasciando la famiglia senza reali possibilità di rilancio.

«Ha fatto carriera molto rapidamente da giovane ed è sempre stato considerato molto talentuoso. Probabilmente, questo lo ha portato a sviluppare una visione un po’ megalomane di sé. Il problema con il successo e il guadagno è nato proprio dalla sua eccessiva fiducia nella capacità di fare soldi da solo. Probabilmente sentiva l’azienda come un limite e ha deciso di mettersi in proprio, sottovalutando però le difficoltà che avrebbe incontrato».

Così, a un certo punto, la madre inizia a cercare dei lavori per arrotondare.

«Ha lavorato come commessa, ha fatto sostituzioni per lezioni di yoga, è diventata massaggiatrice. Ha sempre cercato di svolgere piccole attività per avere qualche entrata in più. Credo che fosse profondamente disperata. Lei stessa racconta che, a volte, si trovava alla finestra, sopraffatta dalla situazione, che era devastante. Ripensandoci, si ritrovava con una suocera in casa, un marito così, una figlia piccola… Inoltre, proveniva da una famiglia molto povera, e per lei questo matrimonio rappresentava una vera e propria via di fuga dalla povertà».

L’uscita dalla famiglia

Per evadere da quella situazione sempre più opprimente, al momento dell’università Adele sceglie Pedagogia e lascia la casa in cui è cresciuta.

«Sono uscita di casa e, pur restando nella mia città, ho vissuto come una studentessa fuori sede, andando a vivere con altre studentesse. L’ho fatto soprattutto per una questione di libertà e autonomia, probabilmente avevo intuito che l’ambiente in cui vivevo era tossico per me. In questo modo, non solo ho lasciato casa, ma mi sono anche distaccata dal “clan” familiare».

Adele si mantiene da sola, facendo contemporaneamente la babysitter, la cameriera e l’insegnante di pallavolo. Impiega dieci anni a terminare l’università.

«Mentre stavo per laurearmi, ho iniziato a lavorare in un’organizzazione che gestiva la prenotazione di visite agli sportelli, con un contratto part-time e uno stipendio comunque interessante. All’epoca, era un’organizzazione parastatale, quindi gli stipendi erano davvero competitivi e mi permettevano di proseguire con gli studi».

Alla vigilia della laurea, diventa direttrice di un’associazione di categoria di imprenditori e fa il mutuo per una casa.

«Iniziano così cinque anni meravigliosi della mia vita. La posizione di direttore di un’associazione di categoria mi ha arricchito enormemente, offrendomi una visione a 360 gradi di tutto ciò che riguardava il settore, dalla sanità alla comunicazione, dal marketing ai bilanci. Nel contempo, il mio amore per l’essere umano e il desiderio di esplorare e sviluppare il potenziale degli altri è tornato a emergere. Ho iniziato un mutuo e, mentre l’organizzazione mi dava la possibilità di lavorare part-time per un po’, ho deciso di iscrivermi a un master e specializzarmi in coaching e problem solving. Mi sono così proiettata verso l’idea di intraprendere la libera professione, tornando anche alle mie origini e a ciò che mi appassionava. E così ho fatto questo salto».

La libera professione

Adele decide di aprire la partita Iva e i primi due anni raccoglie fatturati pazzeschi. Ma è proprio questo che genera le prime difficoltà.

«Se, dopo il primo o il secondo anno, il tuo fatturato supera il limite di un’agevolazione prevista per l’avvio di un’attività da libero professionista, perdi quell’agevolazione e diventi automaticamente una partita IVA. Oggi esiste il regime forfettario, ma all’epoca c’era qualcosa di simile, e io ho perso subito le agevolazioni. Quindi, fin dall’inizio, mi sono trovata ad affrontare alcune difficoltà».

Adele inizia così ad accumulare cartelle esattoriali. E complice una scarsa alfabetizzazione finanziaria e una fiducia quasi cieca nella sua commercialista, non riesce a intervenire subito per contenere il problema.

«Quando ho iniziato a accumulare qualche cartella che non riuscivo a pagare, qualche riscossione da fare, qualche errore che lei stessa aveva commesso, come ad esempio nell’attribuzione della percentuale INPS che cambiava negli anni, con percentuali che variavano tra il 10% e il 14%, abbiamo insieme individuato alcuni dei suoi errori. Inoltre, essendo amiche, quando mi vedeva in difficoltà, non sempre mi comunicava tempestivamente l’arrivo di certe cose. Quindi, da un lato, ho capito bene, affettivamente, ciò che stava succedendo, ma dall’altro mi sono trovata in difficoltà nel confrontarmi con la realtà. Non vi dico quanto è stato difficile, soprattutto in un momento in cui era ormai tardi, ma è stato comunque complicato recuperare in modo costante i pagamenti di cartelle e altre situazioni che arrivavano».

Le prime cartelle esattoriali

Ripercorrendo la sua storia di libera professionista, Adele ha affrontato molte delle classiche sfide che si pongono a chi fa azienda. A partire dal rischio del monocliente.

«Il monocliente è un grosso problema, perché se da una parte ti senti fidelizzato e hai una garanzia per un periodo, quando il monocliente finisce, per loro può significare la fine anche per noi. E se nel frattempo non avevi mantenuto altre realtà aperte, ti trovavi costretto a doverti rimettere in gioco».

Anche l’opportunità di rateizzare il suo debito con lo stato le si rivolta contro.

«Ho attivato la rateizzazione, ma purtroppo la legge prevede che se decadi dalla rateizzazione, non puoi più riaprirla. E io mi sono trovata nella situazione di non riuscire a pagare due rate consecutive, quindi ho perso questa opportunità».

Nel frattempo Adele cambia commercialista e prova a studiare formule per trovare soluzioni.

«Ogni volta che il governo annunciava la famosa rottamazione delle cartelle, io avrei potuto rientrare, ma le rottamazioni in genere prevedono che entro 5 anni si debbano pagare importi abbastanza consistenti. Quindi, anche seguendo i consigli dei commercialisti (ne ho cambiati tre in questi 15-20 anni), alla fine non è mai stata una soluzione percorribile».

Un altro momento cruciale, nella storia di Adele, è la scelta di stipulare un contratto di noleggio a lungo termine per un’auto. Poco dopo si scatenano gli effetti devastanti del Covid.

«Durante il periodo del covid, è successo che le rate del noleggio dovevo pagarle comunque. Inoltre, in quei due anni di noleggio ho fatto un sacco di chilometri, quindi la percentuale che pagavo inizialmente, che era di circa 200 euro al mese, è improvvisamente arrivata a 420 euro. In più, il lavoro ha cominciato a entrare in declino».

Tra le tante azioni che Adele fa per riuscire a ricominciare c’è anche la vendita della sua casa, sulla quale però aveva un mutuo all’80%. Ciò che ottiene non è in grado di saldare il debito.

«In tutta questa storia, mi sono rimessa in gioco come un’araba fenice, tante volte, senza mai riuscire a stabilizzare una situazione che mi permettesse di dire: “Ok, ora posso respirare.”».

Mentre i suoi commercialisti non riescono a trovare una soluzione, Adele inizia a informarsi sulla crisi da sovraindebitamento.

«Fino a qualche anno fa, prima che venisse introdotta la legge anti-suicidi, al libero professionista non era concesso l’accesso. O eri una SRL, o eri un cittadino che aveva accumulato delle cartelle per l’Enel, il gas, la luce, o per un finanziamento legato a una macchina. Tuttavia, le cartelle non rientravano in questo contesto».

La legge anti suicidi

Quando finalmente viene approvata la legge anti suicidi, Adele, il cui debito supera i 100mila euro, intraprende il percorso per impostare la procedura. Che si rivela particolarmente doloroso a causa dello stigma che marchia tutti coloro che si sono indebitati.

«È stata un’esperienza devastante. Purtroppo, quella con le due avvocate che mi hanno seguito, sebbene le ringrazi per avermi portato fino alla procedura, è stata una relazione molto complessa. L’atteggiamento, soprattutto di una delle due, era un po’ del tipo “è capitato a te, a noi non poteva capitare”. Mentre io avevo una visione più ampia delle concause che mi avevano portato in questa situazione difficile, per loro la causa era che io non sono stata in grado, che io non sono stata capace. Per me, a un certo punto era più difficile gestire loro e questa situazione rispetto alla situazione iniziale per cui le avevo interpellate».

«Oltre al fatto che per me era molto importante avere anche una sorellanza, un appoggio, un sostegno per quello che mi era accaduto, e invece non ho trovato nulla di tutto ciò, anzi».

Nonostante tutta questa fatica psicologica, Adele riesce ad accedere alla liquidazione controllata.

«La liquidazione, che ripeto è una procedura che consiglio a tutti di considerare e valutare se può fare al caso loro, perché per tre anni, come ho detto, congela la tua situazione. Nel senso che puoi avere un debito di 200 mila euro, 100 mila o anche 40 mila, e tutto viene congelato. Tu per tre anni versi una somma che il giudice deciderà; potresti anche non versare nulla. Se alla fine dei tre anni hai versato, per esempio, 12 mila euro su un debito di 100 mila, dopo i tre anni avrai la dichiarazione da parte di tutti i tuoi creditori che non pretenderanno più nulla da te. Quindi, da un punto di vista emotivo oltre che pratico, è un sollievo incredibile».

E finalmente, nel corso di questa procedura, Adele incontra qualcuno in grado di non farla sentire sbagliata.

«Sono molto fortunata, ho trovato un ottimo liquidatore, una persona finalmente capace, competente, comprensiva, con la quale ho un dialogo aperto, che si pone come se potesse capitare anche a lui. E questo, tornando un po’ al tema della trasmissione e a tutto quello di cui vi occupate, è davvero fondamentale. Per fortuna ci siete, perché sdoganate un po’ il tabù legato all’aspetto economico. Trovarmi di fronte a una persona umana che comprende quello che può succedere e che non giudica, è stato davvero molto importante per me. Inoltre, mi ha dato suggerimenti concreti. Oltre al fatto che mi sono iscritta alla vostra piattaforma, che è stato il miglior investimento che potessi fare, mi ha dato anche dei consigli pratici per affrontare gli impasse che possono sorgere. Per quanto io mi senta pragmatica, la condivisione è fondamentale, soprattutto in queste situazioni in cui spesso non si è lucidi e l’emozione può giocare brutti scherzi. Inoltre, lavorando con le persone nel campo della motivazione, devo sempre essere carica e positiva, quindi quando mi chiudo nelle mie quattro mura per gestire una situazione complessa, il carico emotivo è doppio».

Solo dopo aver avviato questa procedura, e dopo 15 anni di battaglie con i debiti, Adele fa una scoperta scioccante. Sua madre in realtà non aveva speso tutto ciò che aveva ottenuto dalla vendita delle quote dell’aziende. Alcuni investimenti  erano ancora attivi e addirittura erano cointestati con Adele, poiché la cotitolarità permetteva a sua madre di denunciare un reddito inferiore e poter abitare nelle case popolari.

«Il debito che avevo poteva essere risolto probabilmente con una mia presa di posizione che rivendicava magari la co-titolarità».

Eppure, in tutti quegli Adele aveva scelto di non parlare di soldi con la sua famiglia. Aveva visto progressivamente sgretolarsi il castello di benessere in cui era cresciuta. Suo padre viene ricoverato in una RSA, mentre sua madre si trasferisce nelle case popolari.

«Cioè, io andavo a trovarli, stavo lì, però ero quella che aveva fatto delle scelte diverse e che, poi, per mia madre e mia sorella, le aveva lasciate sole in questo caos. Ero la “manager” percepita dalla famiglia. E vi dico questo perché, dopo aver vissuto questa situazione, mi ha pesato davvero tanto».

Solo adesso ha ricominciato a parlare con i suoi genitori in modo più aperto.

«Perché ho scoperto che tutto ciò che è accaduto non mi è mai stato perdonato, il fatto che io sia andata via di casa. Questa è stata una scoperta nuova per me, non immaginavo che per mia sorella fosse stata una cosa così forte, e lo stesso vale per mia madre. Nonostante io sia in una situazione così difficile, cerco un po’ di dissimulare con loro, ma un po’ gli arriva, perché inevitabilmente arriva. Hanno visto i miei momenti di pianto, di disperazione, però ancora non c’è quella sorellanza che probabilmente vorrei».

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