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Francesca Franceschi: «Così sono guarita dall’adulazione finanziaria»

L’adulazione finanziaria è un meccanismo psicologico che spinge a mettere le necessità economiche degli altri al di sopra delle proprie. Si tratta di una propensione a prendere decisioni finanziarie che favoriscono gli altri, spesso a scapito del proprio benessere. In questa puntata, Francesca condividerà con noi il suo percorso di consapevolezza riguardo a questo comportamento e come sta lavorando per superarlo.

Tempo di lettura: 9 minuti

Adulazione finanziaria
Francesca Franceschi

Ascolta il podcast della puntata:

«Poi arriva il momento di fare il preventivo, ed è lì che scatta la crisi. Sto chiedendo troppo? E se esagero e questa persona sparisce senza più contattarmi? O peggio, se mi percepisce come presuntuosa e altezzosa? D’altra parte, chiedere troppo poco significherebbe svalutarmi come professionista. Lo so, sembra incredibile, ma questo momento mi mette davvero in imbarazzo».

L’adulazione finanziaria è un meccanismo psicologico che consiste nel mettere le esigenze economiche degli altri prima delle proprie. Non si tratta semplicemente di generosità, ma di una tendenza a orientare le decisioni finanziarie a favore degli altri, e spesso a discapito del proprio benessere. In questa puntata, Francesca ci racconterà come ha preso consapevolezza di questo meccanismo e del percorso che sta affrontando per superarlo.

La cultura del sacrificio

Francesca Franceschi ha 37 anni ed è una giornalista che vive a Pisa, la città in cui è nata. Suo padre era un guardia forestale, mentre la madre era responsabile di un gruppo di commesse in una catena di negozi.

«Quindi la classica famiglia del ceto medio che adesso non c’è più ma negli anni 90 c’era, in Italia».

Fin da piccola Francesca impara in famiglia una lezione importante.

«Le cose si conquistano con sacrificio, perché nulla è dovuto e nulla è scontato. Bisogna sempre guadagnarsele e, quando arrivano, saperne fare tesoro».

Questa cultura del sacrificio, scatena in Francesca una reazione piuttosto insolita di fronte ai primi soldi che riceve.

«Avevo tante compagne di classe che, appena arrivavano i soldi o la famosa busta, si precipitavano a comprare l’ultima Barbie, un gioco, un giocattolo, qualsiasi cosa desiderassero. Il mio primo pensiero, invece, era sempre: “Poverino, magari chi me li ha dati ne aveva più bisogno di me e se li è tolti per regalarmeli.” E subito dopo mi chiedevo: “Forse a lui sarebbero serviti più che a me, dopotutto io avrei potuto farne a meno.”».

Intanto a scuola Francesca scopre di amare la scrittura. Frequenta il liceo classico e sogna di intraprendere la professione giornalistica. Ma al momento di scegliere l’università viene indirizzata verso degli studi più sicuri.

«In quegli anni mi sono sentita ripetere tantissime volte che si poteva diventare giornalisti solo se si era figli di giornalisti o se si aveva già una strada ben tracciata. Io, invece, non avevo alcuna tessera di partito, non avevo mai fatto politica, i miei genitori non si erano mai occupati di politica e non provenivo da una famiglia di giornalisti. Ricordo di aver parlato con una caposervizio che, in sostanza, mi consigliò di tenermi un piano B: con la laurea in giurisprudenza avrei potuto intraprendere una carriera nelle professioni legali, magari tentare un concorso per il commissariato di polizia, e poi, eventualmente, dedicarmi anche al giornalismo. Dopotutto, non sarebbe stata una cattiva idea».

Il giorno della sua laurea in Giurisprudenza, Francesca è l’unica a ottenere 110 e Lode. La relatrice le ha già trovato un posto nel miglior studio legale di Pisa…

«Io la guardo e le dico: “grazie ma domani vado a Roma a fare un master in giornalismo radio televisivo”».

In quel periodo romano, Francesca viene sostenuta economicamente dai suoi genitori. E una volta finito il Master, torna in Toscana dove per cinque anni fa la redattrice con contratto a termine per La Nazione.

«Come tutti i redattori precari, giravo con una valigetta sulle spalle, spostandomi tra La Spezia, Massa, Lucca e Viareggio, ovunque ci fosse bisogno di una sostituzione per malattie, ferie o maternità altrui. Quello è stato il periodo in cui ho davvero imparato il mestiere, ogni singolo giorno, direttamente sulla strada. Uscivo con il fotografo, taccuino e penna alla mano, e spesso arrivavo prima della squadra mobile sugli incidenti, prima delle forze dell’ordine e del 118 su una rapina. È così che ho imparato il giornalismo».

Francesca, però, sta pagando il suo sogno a un prezzo altissimo dal punto di vista personale.

«Quando hai 27 anni e qualcuno ti invita a un aperitivo o a cena, ma tu in quel momento non hai ancora iniziato a fare i titoli, non hai ancora chiuso il giornale, ti rendi conto di essere intrappolato in un loop senza fine».

Francesca inizia a stare male fisicamente.

«Ho perso otto chili a causa di un esaurimento nervoso piuttosto serio, ma non c’erano distrazioni che potessero allontanarmi dal giornale. Era una vita da criceto sulla ruota, ripetendo ogni singolo giorno le stesse attività e le stesse mansioni, senza via di fuga».

La retribuzione che riceve non è affatto proporzionata alla quantità di lavoro che fa ogni giorno.

«Entravo alle 10 e, se andava bene, chiudevo alle 22:30, lavorando dal martedì alla domenica per uno stipendio di 1.450 euro al mese. Dal punto di vista del benessere psicologico e mentale, non era affatto semplice. Ma uno pensa: “Ok, faccio un sacrificio, tanto sarà compensato da uno stipendio altissimo.” Peccato che, alla fine, non fosse proprio così».

Il cambio di rotta

A salvarla, paradossalmente, è il declino della carta stampata. Francesca sta lavorando in organico alla scrivania di un pensionato, quando improvvisamente vengono tagliati 11 posti.

«Da un periodo che sembrava segnare il declino, lo sfracelo totale, è nato invece il momento di fare un salto nel vuoto. Ho pensato: “Va bene, però questo è il mio mestiere, credo di saperlo fare.” Così mi sono rimboccata le maniche e ho deciso di andare avanti, reinventandomi».

Francesca apre la Partita Iva. E quella scelta è l’inizio di un percorso interiore, un lavoro su se stessa per scardinare le ideologie profondamente radicate nel suo retaggio culturale.

«Dieci o quindici anni fa, avere una partita IVA significava affrontare aleatorietà, incertezze e tanti punti interrogativi. C’era sempre quella domanda ricorrente: “E se ti ammali? E i contributi? E una futura maternità? Come costruisci basi solide?” Da un lato c’era questa visione. Dall’altro, dovevo anche fare i conti con la barriera mentale che mi ero imposta, cresciuta in una famiglia che mi aveva sempre fatto pensare che stavo facendo salti nel vuoto».

«Ci sono stati momenti in cui la mia commercialista mi diceva: “Ma sei diventata una ditta, quest’anno hai lavorato per quattro!” E poi c’erano altri momenti in cui guardavo tutte le tasse che dovevo pagare allo Stato e mi chiedevo: “Cosa sto facendo?” Erano alti e bassi, ma, sebbene la paura mi mordeva parecchio, dall’altro lato i risultati parlavano chiaro. E lo dico senza presunzione».

Quando, dopo anni da freelance, le arriva la proposta di un contratto a tempo indeterminato, Francesca capisce che deve proteggere il suo spazio di autonomia faticosamente conquistato.

«La direzione generale mi disse: “Come ci ripeti sempre, tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile. Però, in termini puramente pratici, se ora ti guardassi intorno e decidessi di andartene, ci faresti un danno.” Fu allora che, a 36 anni, ottenni finalmente un contratto a tempo indeterminato. Abbiamo trovato un accordo tacito e piacevole: loro hanno accettato la mia proposta, che consisteva nel lavorare part-time, così da poter dedicare il restante 50% del mio tempo alla partita IVA e continuare la mia carriera da freelance».

In questo equilibrio, a cavallo tra il posto fisso e la libera professione, però, Francesca si rende conto di quanto il suo lavoro da freelance sia spesso sottovalutato.

«Il grande problema è che, quando si tratta di un convegno o anche di un semplice talk show, si dà per scontato che la persona a cui viene chiesto di moderare lo faccia per spirito di liberalità, o perché magari si piace l’idea di avere un momento di ego, di visibilità, di narcisismo, semplicemente perché sta sul palco. Ma in realtà c’è un costo, c’è una preparazione. Eppure, spesso si sente dire: “Ma c’è anche mia cugina che sa parlare e magari ha moderato un convegno, quindi perché non farlo fare a lei?” Questo succede molto in Italia».

«E poi, se l’evento va bene, il committente o il cliente può dirti: “Vedi, magari ti chiedo questa cortesia, semmai se proprio la fattura può ritardare un po’… perché, insomma, se è un’anteprima, lo sai, devo rispettare i 30 giorni, ma se ci si può venire incontro, sarebbe meglio.” Il problema è che nella vita di tutti i giorni, con tutte le bollette e gli aumenti che ci sono in giro, non mi chiedono se sono brava, se sono preparata, o se sono simpatica. La realtà è che funziona così».

La difficoltà a riconoscere il proprio valore

D’altra parte, lei stessa fatica a riconoscersi un giusto compenso economico.

«Quello che è certo è che spesso metto me stessa in secondo piano per far sentire più confortevoli gli altri. Per esempio, se mi viene chiesto di coordinare un’intera giornata, ma magari un ente mi dice che è un periodo difficile, che i loro ricercatori guadagnano poco rispetto all’estero, allora io metto non solo in secondo piano, ma quasi in terzo, quarto o quinto piano me stessa, pur di far sentire gli altri a loro agio. E così, alla fine, tutto va bene».

Approfondendo le motivazioni di questo comportamento, Francesca riconosce un copione.

«Sicuramente il retaggio familiare che porto con me è legato a un modus operandi che mia mamma ha sempre seguito e che ha ereditato da mia nonna: prendersi cura degli altri. Se da un lato è una cosa molto nobile, dall’altro lato c’è anche il concetto di sano egoismo. In famiglia, non ho mai respirato l’idea che, ogni tanto, ci si possa “fregare” degli altri. Ho sempre sentito il bisogno di compiacere, in particolare nel rapporto con il cliente. Abbiamo iniziato parlando di un tabù, quello di chiedere soldi, che in qualche modo fa sentire a disagio. E personalmente, l’ho sempre vissuta come un: “Chiedo un po’ meno, almeno non ti metto in difficoltà”, pensando che magari non te lo puoi permettere, o forse puoi permettertelo, ma a me dispiace chiedertelo».

Oggi Francesca non solo sta imparando a dare valore alle sue esigenze, ma anche a godere di tutti i benefici di un posto fisso, sia pure part-time.

«Negli ultimi anni, sono riuscita a fare viaggi che prima non riuscivo a fare, come Laos e Nepal, perché, come redattore precario, non c’erano ferie. Quando mi prendo delle ferie, sapendo che me le sono guadagnate come freelance, le considero sacre. Stacco completamente, faccio cose che mi fanno bene e non mi sento in colpa, perché ho lavorato talmente tanto, come se fossi in grado di fare il lavoro di tre o quattro persone. Pochi mesi fa, ad esempio, sono partita da sola per il cammino di Santiago e non ho mai acceso il telefono».

«Questo ha significato perdere dei lavori? Certo, ma stavo investendo su me stessa, sulla mia qualità della vita. E quando sono tornata, ero più carica di prima».

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