Quanto è costata all’Italia la fuga dei cervelli?
La fuga dei cervelli rappresenta una delle sfide più complesse per le politiche della ricerca. Le sue cause sono numerose e strettamente intrecciate, rendendo difficile individuare una soluzione concreta. Negli ultimi 13 anni, questo fenomeno è costato all’Italia ben 134 milioni di euro, con un impatto significativo sul sistema accademico e sull’innovazione del Paese.
Tempo di lettura: 6 minuti

di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.

La fuga dei cervelli è uno dei problemi più complessi nella politica della ricerca. Le cause sono molte e sono spesso collegate tra loro, tanto che è difficile trovare una risposta effettiva a questa problematica, che è costata all’Italia 134 milioni negli ultimi 13 anni.
Un problema definitorio
Una prima complessità riguarda proprio la definizione del fenomeno. L’Enciclopedia Britannica fornisce una spiegazione apparentemente chiara del brain drain, descrivendolo come l’emigrazione di professionisti o individui altamente istruiti verso un altro paese, generalmente attratti da migliori condizioni salariali o di vita. Tuttavia, un rapporto dell’OCSE del 1997 sui movimenti di personale altamente qualificato ha ampliato questa definizione, identificando tre ulteriori concetti collegati:
- Brain exchange – scambio di cervelli –, che indica un equilibrio nel flusso di risorse intellettuali tra due Paesi, con un numero simile di ricercatori in uscita e in entrata;
- Brain circulation – circolazione dei cervelli –, riferito a percorsi di formazione e avvio alla carriera che prevedono un’esperienza all’estero per specializzarsi e accrescere le proprie competenze;
- Brain waste – spreco di cervelli –, che si verifica quando personale altamente qualificato emigra per svolgere mansioni non in linea con la propria formazione, come nel caso di un dottore di ricerca in Fisica impiegato in un ufficio marketing senza applicare le competenze acquisite con il sistema educativo del proprio paese.
Alla luce di queste distinzioni, si parla di fuga dei cervelli quando il flusso di capitale umano risulta fortemente squilibrato in un’unica direzione, trasformando lo scambio in una perdita netta. Ed è proprio ciò che sta avvenendo in Italia, con una tendenza in crescita che rischia di privare un’intera generazione di opportunità nel proprio paese.
Le conseguenze della fuga dei cervelli
A raccontare questo fenomeno ai microfoni di Rame sono stati in molti, tra cui Rachele, convinta che l’Italia sia il Paese più bello del mondo, ma costretta a cercare opportunità altrove. «Se hai un buon lavoro, l’Italia è il posto migliore in cui vivere: ha tutto, dal mare alle montagne, passando per il cibo straordinario. Ho provato a tornare dopo Londra, dopo l’Australia e persino durante il Covid, ma ogni volta mi sono stati offerti contratti difficili da definire tali: 40 ore settimanali per 600 euro, senza alcuna spesa inclusa».
Secondo il rapporto della Fondazione Nord Est presentato al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) nel 2024, tra il 2011 e il 2023 circa 550.000 giovani italiani di età compresa tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Di questi, la metà possedeva una laurea, evidenziando come l’Italia stia perdendo una quota significativa di forza lavoro altamente qualificata. Il medesimo rapporto stima che la perdita di capitale umano dovuta alla fuga dei cervelli abbia comportato un costo di 134 miliardi di euro in tredici anni. Questo valore rappresenta non solo l’investimento in istruzione e formazione andato perduto, ma anche il mancato contributo economico che questi giovani avrebbero potuto offrire al sistema produttivo nazionale.
Le ragioni alla base
Diversi studi recenti hanno analizzato le ragioni che spingono i giovani italiani a cercare opportunità all’estero. Tra le principali motivazioni emergono: migliori prospettive di carriera (25%), accesso a percorsi di studio e formazione di alto livello (19,2%), una qualità della vita più elevata (17,1%) e salari più competitivi (10%).
Questi dati mostrano chiaramente come l’estero sia percepito come un contesto più favorevole per la crescita personale e professionale. È importante sottolineare che, per ogni giovane che arriva in Italia da Paesi avanzati, otto italiani lasciano il Paese. L’Italia, infatti, si posiziona all’ultimo posto in Europa per capacità di attrarre giovani talenti, con solo il 6% di europei che scelgono di trasferirsi nel Paese, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. Questo scenario evidenzia l’urgenza di adottare politiche efficaci per rendere l’Italia più competitiva e attrattiva per le nuove generazioni, sia italiane che straniere.
Quanto si guadagna di più all’estero?
Nonostante le agevolazioni fiscali e gli incentivi previsti dal cosiddetto “rientro dei cervelli”, molti giovani italiani che si sono trasferiti all’estero scelgono di non tornare. Sebbene l’Italia offra vantaggi fiscali per chi decide di rientrare, i salari medi rimangono significativamente più bassi rispetto a quelli di altri Paesi europei. Ad esempio, in Germania, Francia o Svizzera, le retribuzioni per ruoli altamente qualificati possono arrivare fino al 50% in più. Ad esempio, i professori universitari in Germania e Svizzera percepiscono stipendi iniziali superiori a 50.000 euro lordi annui, mentre in Italia variano tra 22.000 e 29.000 euro. Analogamente, i medici in Germania guadagnano in media 188.000 dollari lordi all’anno, rispetto ai 105.000 dollari dei colleghi italiani.
Inoltre, all’estero è più facile trovare contratti stabili e opportunità di carriera con progressioni ben definite, mentre in Italia il mercato del lavoro per i giovani è spesso precario e senza certezze sul futuro. Secondo uno studio pubblicato su Linkiesta nel settembre 2023, nei Paesi Bassi oltre il 44% dei contratti a termine si trasformano in rapporti a tempo indeterminato entro tre anni, indicando una maggiore stabilità lavorativa rispetto all’Italia. Inoltre, in Svezia e nei Paesi Bassi, i giovani sotto i trent’anni percepiscono salari orari più elevati, contribuendo a un maggiore livello di soddisfazione lavorativa.
I disincentivi del “rientro dei cervelli”
A questo si aggiunge il tema della qualità della vita e dei servizi. Molti giovani, considerano essenziali fattori come il sistema sanitario, i trasporti e i servizi pubblici. In Italia, spesso questi aspetti sono percepiti come inferiori rispetto a quelli di altri Paesi europei, il che rende meno attraente il ritorno, soprattutto per chi ha una famiglia o progetti a lungo termine.
Infine, il settore della ricerca scientifica rappresenta un ulteriore ostacolo per il rientro. L’Italia investe significativamente meno in ricerca e innovazione rispetto a Paesi come la Germania, la Francia o il Regno Unito. Gli scienziati e i ricercatori italiani, quindi, trovano all’estero laboratori più attrezzati, finanziamenti più consistenti e una maggiore stabilità contrattuale, elementi che rendono difficile competere con le opportunità offerte all’estero.
Ma esiste un modo per fermare la fuga dei cervelli?
Le ragioni che spingono i giovani a cercare fortuna all’estero sembrano essere più che sufficienti a confermare l’esistenza di una grave fuga di cervelli. E questa fuga rappresenta una grossa perdita per la capacità di innovazione del Paese. Come scrive Claudia Di Giorgio, giornalista specializzata in cronaca scientifica, politiche della ricerca e comunicazione della scienza: «La fuga dei cervelli – e/o il loro spreco – è la misura di quanto un Paese stia smarrendo sia la visione del proprio futuro sia la capacità stessa di pensare e progettare il futuro».
Come sottolinea Il Punto Economico, un primo passo potrebbe essere l’introduzione di incentivi fiscali per i giovani qualificati che, dopo la laurea, scelgono di restare in Italia anziché trasferirsi all’estero. Questi incentivi potrebbero includere significative deduzioni fiscali per coloro che decidono di stabilirsi nel paese per almeno cinque anni. Un esempio di politica simile è quella adottata dal Portogallo, che, a partire dal 2025, prevede l’esenzione totale dalle imposte per il primo anno di lavoro per i giovani under 35. Successivamente, le imposte saranno ridotte del 75% dal secondo al quarto anno, del 50% dal quinto al settimo anno e del 25% dall’ottavo al decimo anno.